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Lo sciopero generale dell’1-8 marzo (1944)

Mentre era in corso l’offensiva tedesco-fascista contro le formazioni partigiane, il Comitato di agitazione del Piemonte, Lombardia e Liguria aveva proclamato lo sciopero generale in tutta l’Italia occupata.

Ciò infliggeva al nemico uno dei più duri colpi, lo obbligava a spostare le sue forze verso i grandi centri industriali, alleggeriva la pressione sulle unità partigiane e soprattutto avrebbe ridato possente slancio ai lavoratori delle città e delle campagne e alle formazioni provate dai combattimenti.

Lo sciopero generale preparato durante alcuni mesi di lavoro, riuscì in modo grandioso e superiore ad ogni aspettativa, fu certamente il più vasto movimento di massa che abbia avuto luogo in Europa durante la guerra, nei territori occupati dai tedeschi (1).
I grandi centri industriali di Milano e Torino furono per otto giorni completamente paralizzati. A Milano durante tre giorni scioperarono compatti anche i tranvieri, i postelegrafonici e gli operai del «Corriere della Sera».
Lo sciopero si estese dal Piemonte e dalla Lombardia al Veneto, alla Liguria, all’Emilia ed alla Toscana. Due milioni di operai parteciparono al movimento appoggiato da forti manifestazioni di contadini e di donne della campagna, specialmente nell’Emilia.
Tutte le misure preventive e repressive della polizia fascista e delle SS non riuscirono ad impedire, né a limitare lo sciopero, malgrado che il nemico ne conoscesse la data e gli obiettivi. Con lo sciopero generale i lavoratori chiedevano l’indispensabile per vivere, chiedevano di non lavorare per la guerra, di poter essere liberi nelle loro case, di non essere fermati, arrestati, deportati, torturati dai nazifascisti, chiedevano che i loro figli non fossero arruolati dallo straniero.
Ancora una volta i grandi industriali si dimostrarono in generale solidali con gli occupanti tedeschi; salvo casi singoli si rifiutarono di trattare e di ricevere le delegazioni operaie, arrivarono persino a passare ai tedeschi le liste degli operai scioperanti compiendo a fondo l’opera di aperto tradimento della nazione in guerra.

Anche se nessuna delle rivendicazioni economiche che erano alla base dello sciopero rivendicativo-politico venne ottenuta, anche se gli operai dovettero riprendere il lavoro con le paghe di prima, lo sciopero segnò un grande successo per i lavoratori ed una dura sconfitta per i fascisti.
La macchina di guerra nazista ricevette un serio colpo, per una settimana la produzione bellica in tutta l’Italia del nord venne arrestata.
Gli scioperi del marzo del 1943 avevano segnato l’approssimarsi della fine del fascismo, lo sciopero generale del 1-8 marzo 1944 significò un grande balzo in avanti verso l’insurrezione generale, una battaglia vinta contro le forze fasciste-hitleriane (2).

Durante lo sciopero generale si ebbe una magnifica prova di unità e di solidarietà di tutte le forze patriottiche raggruppate attorno ai Comitati di liberazione nazionale ed in modo particolare da parte delle classi lavoratrici. Tale unità non fu certo realizzata senza contrasti, tant’è vero che lo sciopero generale già fissato per la metà di febbraio dovette esser rinviato. In seno al CLNAI sostennero la decisa volontà dei Comitati di Agitazione e dei comunisti specialmente il Partito d’azione e il PSI. Ma non furono poche le resistenze che si dovettero superare.

In ogni regione, i gappisti ed i partigiani appoggiarono il grandioso movimento operaio con audaci azioni contro i tedeschi ed i fascisti (3).
A Torino i partigiani ed i gappisti organizzarono numerosi atti di sabotaggio, fermarono vetture tranviarie, interruppero linee elettriche e telefoniche.
In provincia di Cuneo e nelle Valli di Lanzo, ove opera la brigata «Garibaldi-Cuneo», tutti i treni che dalle valli alpine scendono verso Torino sono fermati dai partigiani, che prelevano fascisti e tedeschi e li fanno prigionieri.

Il l° marzo distaccamenti garibaldini, bloccata la linea ferroviaria Ceva-Ormea, procedono dopo un violento conflitto con un distaccamento di repubblichini all’occupazione di Ceva.
Entrati in città, i partigiani danno l’assalto al municipio, dove è asserragliato un reparto tedesco, e lo costringono alla resa. Alle ore tredici i partigiani occupano la stazione ferroviaria, fanno prigionieri altri tedeschi e fascisti e si impossessano di numerose casse di bombe e armi trovate nei depositi. Alle tredici e trenta riprendono l’attacco assaltando la caserma dei carabinieri, che si arrendono senza opporre resistenza.
Alle quattordici e trenta l’azione è terminata ed i partigiani, centocinquanta in tutto, dopo aver requisito camion e macchine su cui caricano le armi e le munizioni conquistate, partono inneggiando all’Italia.

A Milano le squadre gappiste interrompono a più riprese durante la settimana di sciopero le linee tranviarie e ferroviarie, tagliano i fili della corrente elettrica, abbattono piloni, asportano tratti di binario, attaccano con le armi pattuglie di militi repubblichini e di tedeschi uccidendone una dozzina e ferendone un gran numero.
Tanto nel Veneto che nell’Emilia e nella Toscana le linee ferroviarie principali e secondarie sono interrotte in più punti, a Prato Toscana un treno carico di esplosivi è fatto saltare.

Poiché nel Biellese, nella Valsesia e nell’Ossola la presenza di forti formazioni partigiane avrebbe assicurato la completa riuscita dello sciopero generale, gli operai prima che lo sciopero fosse dichiarato vennero messi «in ferie».
In alcune località come a Grignasco, a Gattinara, a Varallo, a Borgosesia, ad Omegna, a Novara e a Vercelli dove gli operai non erano stati messi in vacanza lo sciopero riuscì completamente.
A Novara città, un tentativo di reazione fascista si ebbe alle officine meccaniche Sant’Andrea dove intervenne un gruppo della «Muti» ed il fascista Belloni tentò di arringare gli operai. L’energico comportamento dei lavoratori impedì al gerarca di parlare e costrinse i fascisti ad allontanarsi.
Nell’interno di molti stabilimenti e nelle strade ad essi adiacenti avevano luogo comizi volanti tenuti in molti casi da oratori improvvisati ed anche da partigiani.

La partecipazione dei garibaldini alla lotta generale degli operai suscitava grande entusiasmo tra i lavoratori.
Moscatelli tenne un comizio alle maestranze della Elli Zerboni (una fabbrica torinese sfollata a Varallo); quando finì di parlare tutti i quattrocento operai chiesero di essere arruolati in massa nelle formazioni, e non fu facile convincerli che dovevano considerarsi, nella fabbrica,come partigiani combattenti.
L’organizzazione delle SAP trovava un terreno fertilissimo nelle città e particolarmente tra gli operai.

Eravamo quasi al termine del primo terribile inverno di guerra. Lo sciopero generale dava ai partigiani duramente provati dalle fatiche e dalle privazioni imposte dalla rigida stagione la testimonianza che essi non erano soli nella lotta.
La grande maggioranza dei giovani combattenti nelle formazioni, allo stesso modo di quelli che lavoravano nelle fabbriche, conoscevano per la prima volta il valore di questa arma potente: lo sciopero generale; conoscevano per la prima volta la grande forza dell’unità della classe operaia.

Durante tutto il 1944 e sino al momento dell’insurrezione di aprile la fabbrica fu il fulcro della lotta contro i tedeschi e i fascisti, le agitazioni degli operai appoggiarono le azioni partigiane e queste a loro volta contribuirono a rendere più facile il successo delle rivendicazioni dei lavoratori. Non solo le formazioni garibaldine diedero sempre il loro appoggio agli operai durante gli scioperi, ma intervennero spesso direttamente presso gli industriali in favore dei lavoratori per chiedere il rispetto dei contratti, degli orari di lavoro, il riconoscimento delle commissioni interne.

Il generale Cadorna, nel suo libro La Riscossa (4), pubblica un rapporto certamente stilato da qualche tirapiedi di un grande industriale, nel quale l’anticomunismo sprizza da ogni riga, tuttavia tolte le esagerazioni, esso conferma lo stretto legame che vi fu sempre tra le azioni dei partigiani e la lotta degli operai.
«Tutti i capi delle formazioni garibaldine sono comunisti: la loro propaganda fra gli operai e i salariati in genere è molto attiva, cercano di accattivarsi l’animo della popolazione mostrandosi quali paladini della classe operaia, estorcendo dagli industriali con la minaccia delle armi contratti di lavoro sproporzionatamente favorevoli con condizioni tali da impedire il normale andamento dell’industria. Con tutto questo forzano la mano dei CLN i quali sono costretti a ratificare il fatto compiuto».

In realtà le formazioni garibaldine intervennero sempre soltanto per appoggiare le giuste rivendicazioni dei lavoratori, per impedire – quando questo era possibile – che la produzione fosse consegnata ai tedeschi, operando in modo energico nei confronti di quegli industriali che collaboravano col nemico.
Numerosi documenti stanno a testimoniare come l’intervento dei partigiani contro società e singoli industriali fosse motivato da fini altamente patriottici: agire contro coloro che con ordinanze all’interno delle fabbriche tradivano la patria.

 

da Secchia, Moscatelli,

Il Monterosa è sceso a Milano, G. Einaudi Editore, Torino, 1958, pp.. 179-183